giovedì 8 novembre 2012

Dio nell’abitacolo di un cuore, come era facile da raggiungere

La Parola venne nel mondo.
La vita eterna si scelse il luogo di un cuore umano.
Decise di abitare in questa tenda tremante, le piacque di lasciarsi colpire.
Così la sua morte fu cosa decisa. Perché inerme è la fonte della vita.
Dio nella sua eterna fortezza, nella sua inaccessibile luce, era inespugnabile, come spari di bambini le frecce del peccato si spuntavano alle bronzee mura della sua gloria.
Ma Dio nell’abitacolo di un cuore, come era facile da raggiungere. Bastava un attimo per danneggiarlo.
Più facile ancora di un uomo; perché un uomo non è solo un cuore; è cartilagine e osso, muscolo tenace e pelle indurita; ci vuol proprio una cattiva intenzione per ferirlo. Ma un cuore: quale bersaglio! Quale mai esca! Quasi senza pensare vi si indirizza il tiro della fionda. 
Quale tallone di Achille si era Dio procurato, in che pazzia si era mai gettato.
Egli stesso aveva rivelato il punto debole del suo amore.
Si era appena saputo che si trovava come un cuore tra tutti noi che affiliamo le frecce e assestiamo l’arco.
Una pioggia lo sorprenderà, una grandinata; proiettili a milioni volano a bersaglio sulla piccola macchia rossa. Il suo cuore, che è senza difesa, non lo difenderà.
Un cuore non ha intelligenza, infatti.
Non sa perché si spara.
Non ci sarà chi si schieri con lui.
Lo si tradirà (ogni cuore è infedele).
Non ci si ferma mai, infatti, si va, si corre; e poiché l’amore corre sempre più forte, correrà più forte anche il suo cuore incontro al nemico.
Sua delizia è dimorare tra i figli dell’uomo, sua passione è sapere quanto piacciono i cuori stranieri, gli altri.
Questo piacere ha voluto gustare, un gusto che gli è costato molto.
Mai più dimenticherà questo gusto nelle più lontane eternità.
Solo un cuore poteva progettare simili avventure,
follie che conviene non raccontare a chi ha il ben dell’intelletto,
che conviene passare sotto silenzio, che si covano soltanto in un’alleanza fra carne e sangue,
follie del povero cuore che dalla sua povertà nascosta e da uno squallido campo terreno sa evocare tesori davanti a cui stupiscono i celesti. (H. U. Von Balthasar)

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